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martedì 24 febbraio 2009

Pagina 153

31 gennaio '07 Notte

Ne L'ultimo cavaliere, primo volume della lunga saga della Torre Nera di Stephen King, viene spesso usata una bella espressione per descrivere la fine di un'epoca passata: "il mondo è andato avanti". Un giorno, qualcosa o qualcuno lo ha irrimediabilmente spinto oltre, spinto avanti, un evento lo ha fatto mutare. Anche il nostro mondo "va avanti": la differenza è che il nostro mondo, il mondo reale, va avanti di continuo, va avanti giorno dopo giorno. Tutto è in mutamento, tutto appassisce e fiorisce senza capo né coda: civiltà sorgono e crollano, razze nascono e si estinguono, divinità vengono adorate e prima o poi dimenticate per lasciare spazio a nuovi idoli.
La guerra che si combatteva silenziosa nelle distese gelate era già vecchia di centinaia di anni, quando Du Val vi si era imbattuto. Una guerra stanca combattuta da vecchi nostalgici di un mondo che forse era il momento di dimenticare. Gli adepti di Ilmarinen erano sempre meno numerosi: l'Era Atomica stava sorgendo, e in un mondo ombreggiato da funghi radioattivi quale valore poteva possedere un artefatto mitologico perduto da millenni? A chi interessava ormai il vecchio Sampo, mentre i primi uomini lasciavano l'atmosfera terrestre? A chi interessava ormai la magia? Il tempo passava, le distanze si accorciavano, le luci elettriche si moltiplicavano: il mondo andava avanti. Sempre più rari erano i giovani adepti per la setta: molti sognavano un lavoro normale, una vita normale. E lo ottenevano.
Nel frattempo, Morgenstern e i suoi figli adottivi proseguivano a loro modo la sperimentazione: lui li osservava, loro crescevano. Thummim imparò a controllare la sua "telescrivente" interiore con la facilità con cui un bambino qualsiasi impara a non infilare un dito nell'occhio a tutti quelli che incontra. Pfuiteufel era afflitto invece da una mente semplice e da un corpo storto come un punto interrogativo. Con gli anni sviluppò però due peculiarità, rivelandosi un esperimento stranamente "riuscito". La prima caratteristica l'ho sperimentata di persona, con tutti i miei incubi: Pfuiteufel è buono come un bambino, quindi probabilmente non lo fa (sempre) apposta, ma in qualche modo la sua presenza manda segnali di disturbo alla mente delle persone. E' una specie di distorsore mentale, incontrarlo può essere un vero cazzotto per il cervello. Ora so chi devo ringraziare per il neonato rinsecchito e il cancello arrugginito.
La sua seconda peculiarità fu scoperta anni dopo, alla sua prima visita alla città nascosta: non riesce a leggere né a formulare frasi di senso compiuto in una lingua qualsiasi, ma quel gobbetto del cazzo sembra essere l'unico a capire la logica dietro i Marchi della Creazione. Quello è il suo vero linguaggio, non il nostro grezzo parlottare umano.
Era quasi ventenne quando arrivò qui la prima volta, entrò con gli altri nella grande biblioteca che sarebbe diventata di proprietà di Morgenstern, e d'un tratto a colpo sicuro si diresse verso una copia del Libro. Tutti lo osservavano meravigliati: non aveva mai rivolto a una lettura più interesse di quello che una persona comune riserverebbe a una macchia di latte sul pavimento, ed ora eccolo lì a sfogliare con aria molto seria quelle pagine piene di simboli intricati. Guardava "solo" le figure, naturalmente, perché le parole per lui non avevano senso.
Nessuno al momento capì cosa stesse facendo, ma quando pochi giorni dopo Thummim lo trovò intento a disegnare con un gessetto sul pavimento di una stanza un complicato glifo inventato di sana pianta canticchiando una delle sue cantilene, la cosa fu chiara: chissà come aveva imparato a leggere i Marchi, ora stava provando a scriverne di nuovi.

lunedì 16 febbraio 2009

Pagina 152

31 gennaio '07

Vinsero. Combatterono Du Val e vinsero: riuscirono ad allontanare quel pericolo, simile a una piattaforma petrolifera eretta nei pressi di Atlantide, salvarono i superstiti del macello genetico e fecero sparire quanto poterono far sparire nella neve. Alcuni (tra cui Morgenstern) rimasero con loro. Decisero di dividere i bambini: Rahel fu adottata da una superstite del Campo, e di lei non si seppe più nulla. Probabilmente ebbe una vita felice. Urim fu affidato a una famiglia agiata di Helsinki, e crebbe in una bella casa. Quanto a Pfuiteufel e Thummim, le cose non furono così semplici da risolvere: se per il primo era la deformità fisica a fare da scoglio, il secondo venne ritenuto troppo "pericoloso" per essere affidato a una famiglia normale a causa delle sue doti mentali. Un bambino che può leggere il pensiero avrà un'ottima media scolastica, riuscirà a schivare un sacco di problemi con i compagni, vincerà sempre a nascondino, eviterà di fare troppe domande quando non è il caso, ma se è furbo nessuno lo scoprirà mai. Ben diverso il caso di un bambino in grado di penetrare la mente delle persone, soprattutto visto che (come il fratello senza nome di Shira aveva dimostrato) i Meshuggah rappresentavano un mistero ancora piuttosto imperscrutabile. Il nano e il suo solo amico, già all'epoca piuttosto alto e magro, furono inghiottiti da quella faida millenaria assieme a una manciata di altri superstiti del Campo.
Per un po' abitarono in un antico villaggio poco distante, poi li spostarono in un altro villaggio ancora. Attorno, il Mondo festeggiava la fine della Seconda Guerra Mondiale.

Qualcosa si era messo in ogni caso in moto: come sappiamo Du Val non era lì alla ricerca del Sampo (per quanto era dato loro sapere), Du Val era alla ricerca di un potere differente, e sebbene la sua base fosse stato distrutta nulla lasciava intendere che lui avesse subito la stessa sorte. Il suo laboratorio, quando sfondarono la porta, appariva come una stanza spoglia e non troppo ampia: se n'era andato portando con sé il suo mondo artificiale. Ora i Figli di Ilmarinen sapevano della sua esistenza, e sapevano che il loro intervento seppur necessario aveva avuto probabilmente un effetto collaterale: lui si sarebbe posto delle domande, e presto o tardi avrebbe trovato delle risposte. Abbandonarono le lande gelate sperando di dimenticare quest'ombra incombente.

Gli anni passarono. Morgenstern non poteva tornare a casa senza rischiare di farsi esplodere il cervello, non poteva scrivere alla moglie per non dover dare spiegazioni che l'avrebbero certamente fatto internare (o uccidere). Si abituò a una vita in clandestinità. I bambini crescevano, lentamente come tutti noi, non più tormentati dalle aberrazioni temporali di Du Val. Gli anni passarono, e oltre all'antica setta rivale e all'invisibile stregone i Figli di Ilmarinen si trovarono per l'ennesima volta a dover affrontare un nemico ben noto ma sempre diverso: il progresso.

lunedì 19 gennaio 2009

Pagina 150/ Pagina 151

31 gennaio '07

Gli uomini di Ilmarinen, i suoi "figli", si amalgamarono dunque alla piccola comunità, e rimasero a custodire la tomba invisibile del loro Signore. Lui era "passato oltre", e non fu mai più rivisto nelle terre della Lapponia. Dopo la sua dipartita (ma questo lo sappiamo noi, non loro) rinacque da qualche parte nel mondo, sotto altre spoglie e con altri obiettivi, desideri, avventure. Forse fu un bambino prodigio in Inghilterra, forse il figlio di un falegname sui Balcani o un vecchio santone pazzo in una prigione indiana: non è dato saperlo. In ogni caso, ciò che è abbastanza sicuro è che entrò in una di quelle anomalie dimensionali che sono ormai marchio di qualità dei personaggi che la sanno davvero lunga, e sparì portando con sé la sua grande invenzione (della quale, per inciso, non si conosce la reale natura: "mulino" potrebbe essere una semplice allegoria, i fatti sono passati attraverso i racconti serali di così tante generazioni da rendere tutto possibile).
La guerra per il Sampo sfumò, o per meglio dire il rogo della battaglia si tramutò in un vasto tappeto di braci coperte dalla cenere del tempo. Le genti del Kaleva si rassegnarono a un'esistenza normale, come in tutte le culture i fatti ramificarono e si confusero fino a diventare miti e leggende, e Ilmarinen trovò la pace nel conforto dell'inesistenza: difficilmente qualcuno in Kaleva (praticamente in Finlandia) in questo momento cova rancore per i fatti di secoli e secoli fa. Le genti del Pohjola, passata l'era mitologica, si accorsero di essere in fondo persone normali, con le esigenze fondamentali delle persone normali: sesso, mangiare, dormire, bere, sognare... lo scorrere del tempo, come acqua che sfiora un sasso, li levigò al pari di tutti gli altri popoli della Terra. Anche il nome della strega Louhi ebbe un destino analogo a quello di Ilmarinen: si tramutò in un'indistinta figura da poema epico.

Eppure, lassù nel silenzioso Nord della Lapponia, qualcuno continuò a tenere molto seriamente in considerazione la guerra per il Sampo, pur optando per una prudente clandestinità: con l'avvento del Cristianesimo, in particolar modo, l'aver fatto sparire la setta dei Figli di Louhi dai discorsi della gente comune si rivelò una mossa quanto mai azzeccata. Tuttavia, ignorata da tutti o quasi e celata da notti e giorni assurdamente lunghi, la setta continuò nella sua ricerca: il Sampo non poteva essere stato distrutto, si trattava semplicemente di cercarlo nel posto giusto. In un piccolo villaggio dimenticato da Dio, da contro, qualcuno si tramandava di generazione in generazione il compito di tenerlo nascosto: i Figli di Ilmarinen si erano caricati infatti del fardello di custodire il Sampo. Decisero (così vuole la loro tradizione) che sarebbe stato più prudente abbandonare la tomba del loro Signore (del loro Dio?), e ripresero la loro guerra santa. Lasciarono un presidio a guardia del villaggio senza nome, un presidio che avrebbe avuto il compito di conservare e custodire il segreto senza dare nell'occhio, e silenziosamente aumentarono i propri ranghi: il culto sotterraneo di Ilmarinen proseguì, tramandato prudentemente di padre in figlio, di fratello in fratello. Gli anni, i decenni e i secoli passavano: entrambi gli invisibili schieramenti si distesero su uno sconfinato e immobile campo di battaglia, gli uni sempre alla ricerca di qualcosa di quasi dimenticato, gli altri a lottare per impedirgli di trovarlo: in forma variabile la guerra si protrasse senza sosta fino ai giorni nostri.

Le due sette sopravvissero in un modo o nell'altro a "missionari" cristiani, a invasori di vario tipo, a guerre più o meno cruente. Morgenstern dice che ai "tempi d'oro" dei fedeli di Ilmarinen (a sentire i racconti che ne fanno) questi avevano grande potere e grande influenza su tutta la nazione: la città sotterranea in cui ci troviamo ora fu costruita intorno al 1550, in pieno dominio Svedese, per ospitare dissidenti e rivoltosi vari prima, e come "base operativa" poi. Anche i Figli di Louhi, sebbene decisamente più "crudi" nei metodi e più avvezzi a rimanere ancorati ai riti sciamanici, ebbero la loro sporadica influenza sulle alte sfere: una vera e propria altalena di potere, una faida apparentemente eterna e combattuta tanto con veleni e corruzione in città quanto con riti esoterici e asce tra i ghiacci. A completare il quadro, la gente del Kaleva (la gente comune, quella presa nel mezzo) rimase per la maggior parte inconsapevole di questo: si può dire che praticamente la situazione tornò a essere (o "non mai cessò di essere") quella dei tempi dell'antica guerra combattuta con orsi e sortilegi.

Un giorno però, proprio mentre un conflitto di terribile portata stava agitando il Mondo, sui Figli di Ilmarinen si calò la mannaia di un'imprevista terza forza in campo: qualcuno si era avvicinato alla tomba del loro Signore, qualcuno dotato di poteri diversi eppure simili ai loro e a quelli tramandati da Louhi ai suoi arcaici discepoli. Un mago venuto dal sud aveva costruito la propria "torre" poco lontano dal loro santuario nascosto: con le insegne del Reich in bella mostra, il mago dai molti nomi Markus Von Tal, si era piazzato proprio nel cuore del campo di battaglia gelato.
Era probabilmente l'anno 1942.

mercoledì 7 gennaio 2009

Pagina 149

31 gennaio '07 Mattino

Che l'Umanità si sia sempre dilettata in guerre sante non è una novità: una scusa vale l'altra, è Dio è sempre stato una delle scusanti più gettonate. Quello che probabilmente non si considera, è che la maggior parte di queste guerre sante è combattuta in clandestinità: le Crociate sono sempre le Crociate, certo, ma si è trattato semplicemente di tanto rumore per nulla in fondo. Ben diverso il caso delle decine di conflitti combattuti in Messico dai Guardiani del Mictlan per impedire ai membri di sette apocalittiche di "risvegliare il dio Uitzilopochtl". Allo stesso modo, quella dei Figli di Ilmarinen è (o forse "fu") un'esistenza clandestina ma importante. Le radici della setta affondano in piena era mitologica: Ilmarinen era il leggendario fabbro degli dei del Nord, creatore dell'artefatto chiamato Sampo. Il Sampo, solitamente identificato come un mulino dalle grandi pale, aveva (o ha) la capacità di "macinare" ricchezza infinita e felicità per il suo proprietario. Fu forgiato da Ilmarinen per assicurarsi i favori della strega Louhi, regina di Pohjola. Il regno di Pohjola, l'estremo Nord, si estendeva in parte su quella che noi chiamiamo Lapponia. Una volta ultimato il proprio lavoro Ilmarinen si aspettava la giusta ricompensa, ma era stato ingannato: la strega lo cacciò, e nascose il Sampo in un luogo inaccessibile ai comuni mortali. Iniziò la guerra tra gli uomini di Pohjola, fedeli alla strega Louhi, e gli eroi della terra di Kaleva, alleati a Ilmarinen. Secondo la tradizione, alla fine il Sampo venne sottratto alla strega: l'eroe Väinämöine, "nato vecchio" e arrivato dal mare, riuscì dopo una lunga battaglia a mettere le mani sull'artefatto, e benché questo fosse irreparabilmente spezzato riuscì ad assicurarsi tramite dei frammenti la prosperità per il suo popolo. La vendetta della strega non tardò: calò dal Nord con guerrieri e orsi (di cui uno gigantesco), tentò di "rubare il sole"... insomma, un gran casino. Quello che interessa a noi non è però l'epilogo della leggenda, bensì le reali conseguenze di questa guerra remota: molti guerrieri caddero da una parte e dall'altra, villaggi furono bruciati, donne stuprate, navi affondate. L'assedio delle orde del Nord continuò per molti anni: da una parte la strega sostentava il proprio esercito di berserker con i propri incantesimi, dall'altra si battevano con valore schiere di eroi. Un giorno però Ilmarinen, che se non proprio immortale era sicuramente un pezzo grosso, stanco del conflitto prese una difficile decisione: l'unico modo per allontanare la strega Louhi dalle sue terre sarebbe stato quello di liberarsi del potere del Sampo. Si allontanò di nascosto nella Notte, con una piccola schiera di fedelissimi. Sicuramente la gente non avrebbe accettato la sua decisione: tornare a condurre una vita normale dopo aver beneficiato di un artefatto divino per anni non era sicuramente nei piani degli abitanti del Kaleva. Eppure era l'unico modo per far cessare la guerra.
Vagarono a lungo, inseguiti da amici e nemici, senza riuscire a trovare un luogo adatto a liberarsi del Sampo: alla fine Seppo Ilmarinen, Avatar della Creazione, dovette inventarsene uno. Approdò coi suoi uomini a un piccolo villaggio sperduto nella Notte, a metà strada tra i due regni in guerra. Venne riconosciuto dalle povere genti del villaggio come il famoso eroe che era, un grande banchetto venne consumato in suo onore e i suoi uomini trovarono riparo, riveriti come dei piccoli re. Divenne la loro nuova casa.
Nell'umidità di una caverna, Ilmarinen tracciò la porta di accesso per un altro mondo: si sarebbe esiliato dalla Terra assieme al proprio artefatto.

domenica 28 dicembre 2008

Pagina 148

30 gennaio '07

Così come non è semplice allontanarsi dai propri rimorsi, Du Val aveva fatto in modo che non fosse semplice, per le persone coinvolte nel suo esperimento, allontanarsi dalle rovine del suo laboratorio. La Catena di Tychonoff, come già detto, costringeva ora Paolo Morgenstern a una nuova prigionia. Certo, si trattava di una prigionia ben più leggera, ma per quanto invisibile un confine esisteva ancora, e sempre sarebbe esistito. Gli scienziati superstiti non sarebbero mai più potuti uscire dalla Finlandia. Mai, neppure adesso: solo l'ipotetico annientamento dell'identità nazionale di questo paese potrebbe eliminare questa costrizione. Non è chiaro se qualcuno di loro abbia effettivamente provato ad allontanarsi, negli anni successivi: la sinistra schiettezza del loro marchiatore (unita alla prova dell'efficacia del Marchio rispetto ai confini del Campo avuta agli albori della prigionia) era ed è tutt'ora sufficiente per non arrischiarsi a testare la validità della Catena. Non dev'essere una situazione facile: se davvero funziona e cerchi di evadere allora muori, ma se invece si tratta di un bluff avrai vissuto una vita chiuso tra quattro mura immaginarie per niente senza neppure rendertene conto. Io penso che valga la pena di tentare, ma non vivendo la situazione sulla mia pelle è facile parlare per me...

Più o meno costretti, in ogni caso, i superstiti del Campo respiravano ora un'aria innegabilmente più leggera. Della squadra originaria rimanevano in quattro: gli anni di prigionia, uniti ai turbolenti giorni della liberazione, avevano mietuto diverse vittime.
Non sono autorizzato a conoscere i nomi degli altri scienziati che vennero liberati quel giorno, né a sapere quanti di essi siano ancora effettivamente in vita. Difficile, anche essendo molto ottimisti, immaginare più di un ultracentenario in giro per il sottosuolo di Helsinki comunque.
Anche i bambini rimasti erano quattro: Shira era morta bestialmente, il fratello era scomparso e presumibilmente morto di stenti e freddo. Anche la piccola Myriam era svanita: forse un proiettile vagante l'aveva raggiunta, forse era stata buttata in una fossa comune, o forse era scappata approfittando della confusione per poi perdersi nel nulla.
Forse era stata portata via dallo stesso orco cattivo che aveva rapito l'altro bambino tempo prima: dopotutto era senza dubbio dotata di un potere interessante.
Decine di prigionieri comuni erano stati salvati, e anche se in condizioni non certo entusiasmanti erano sopravvissuti.
Fu di sicuro con estrema curiosità che accolsero i loro improbabili salvatori. Quanto a questi ultimi (sicuramente molto diversi dagli angeli della tradizione ebraica o cristiana che si figuravano quei poveri diavoli) non ebbero grossi problemi a imporre l'unica condizione necessaria per garantirsi il loro aiuto a uscire vivi dalle lande gelate, ovvero il silenzio: con gratitudine e in virtù dell'abitudine all'obbedienza, gli ex-prigionieri giurarono di non fare parola con nessuno dell'esistenza di quelle persone, e vennero scortate fino a un povero villaggio isolato non troppo distante. Lì ebbero finalmente un pasto caldo senza l'assillo dei fucili puntati.
Un vincolo di silenzio li legava, e io ora sono chiamato a fare da testimone alla rottura di questo patto: è ora che si sappia.

lunedì 22 dicembre 2008

Pagina 146/ Pagina 147

30 gennaio '07

Quello che seguì, si spiega con cinque semplici parole: l'Umanità è un'illusione.
Riassumendo ancora: siamo soltanto bestie.

Riporto: "Immagina l'odore asettico di quell'arcaico laboratorio, immagina le vetrate unte e spesse e gelide. Immagina l'aria ispirata ed espirata innumerevoli volte in quegli anni di prigionia, immaginane l'odore acre e gonfio di morte, il freddo senza sosta, il cibo razionato e sempre uguale, i cani che abbaiano la notte e il vento che fischia, immagina gli stivali di pelle, stivali che calpestano il ghiaccio e la dignità di decine di lavoratori forzati. Probabilmente le canne fumarie laggiù ai forni avevano tregua quel giorno, ma la gente continuava a morire. La gente muore di continuo, prima o poi capita a tutti. E' solo questione di tempo.
Immagina gli spari, immagina se riesci l'impotenza che ci schiacciava da sempre e soprattutto in quella giornata, immagina la disperazione. Immagina cosa proveresti tu vedendo uno scontro tra due titani: questo erano i nostri carcerieri, così li disegnavano l'abitudine e il terrore ai nostri occhi. Per anni erano stati la nostra sveglia gelida, la nostra matrigna terribile, i nostri padroni, e ora si mordevano a vicenda. Oltre le pareti i proiettili fischiavano, la gente urlava. Non sapevamo cosa stesse accadendo ma potevamo immaginarlo, era nell'aria da giorni. Immagina il piatto terrore quotidiano farsi di colpo alto come un'onda gigante, immagina una prigione con le pareti che si avvicinano lentamente fino a schiacciarti, perché è questo che rappresentava per noi quella ribellione. Immagina di non poter nemmeno pregare, perché il tuo dio ti ha lasciato solo ormai da mesi e anni, e hai visto tanti cadaveri per terra da far sembrare il mondo un girotondo di pazzi. Immagina la confusione, i latrati dei cani, l'aroma della polvere da sparo di tanto in tanto, l'odore del sangue che non sai se è vero o se te lo stai immaginando una volta di più a forza di sentirlo tanto spesso. Immagina più di dieci uomini stracciati da un'esistenza bestiale assiepati lì, in una stanzetta male illuminata, assieme a due ragazzi ben rasati con un fucile in mano che si impongono un sangue freddo in ebollizione, immagina l'odore che immaginavo io da oltre quella vetrata, dopo aver sprangato la porta che mi isolava dalle mitragliate invisibili. Il sudore, il sudore... immaginali iniziare a piangere, a urlare, immagina i due soldati intimare il silenzio nella loro lingua severa, immagina uno dei due soldati colpire col calcio dell'arma una testa grigia. Immagina di essere lì in mezzo, di essere nato lì in mezzo. Immagina di avere dieci anni, di essere una bambina spaventata, una bambina per cui il mondo sta crollando negli spari. Immagina.


Shira aveva ricevuto una maledizione, più che un dono: un'empatia misteriosa e devastante, un potere incontrollabile. Solo nell'angolino, il fratello si stringeva la testa con occhi fissi, dondolava come un cavallino di legno. Un soldato fece partire una fucilata contro uno dei prigionieri, Shira urlò. Fu una scintilla.
Non avremmo mai dovuto giocare con quelle vite, sono convinto che come me gli altri superstiti, se ce ne sono, se lo ripetano ogni notte. Ci saremmo dovuti far sparare quella mattina sul piazzale. Lei urlò, e io caddi in ginocchio. L'orrore, l'orrore... mi strinsi le mani all'addome e vomitai saliva e bile. Lei non poteva vedermi, nascosto dal mio finto specchio, ma io vedevo lei, vidi lei e vidi loro... quelli erano diventati bestie, e più lei urlava e più loro impazzivano. Fecero a pezzi i due soldati, li fecero a pezzi. Era tutta la rabbia, tutta quella rabbia repressa... per anni. Il sangue li dipingeva, e quelle urla non smettevano. Un groviglio umano e idiota, erano come un banco di pesci presi in una rete. Un demone sembrava possederli, ma io so che non era un demone. Era l'uomo. Non erano cambiati, si stavano solo rivelando, si stavano mostrando per quello che erano. Per quello che siamo. Uno di loro la tirò per un braccio, la gola mi stringeva come una morsa. Mi bagnai i pantaloni, tremavo come non avrei mai più tremato, nemmeno ora che sono vecchio. Questo era il potere che avevamo cercato di imbottigliare: il potere di tracciare un'inestinguibile tacca di gesso su una inutile lavagna con su scritto "Qui l'Uomo si è spinto". Le strapparono i vestiti, erano degli animali. Nell'angolo il bambino si agitava su e giù, su e giù, come una molla cigolante. Lei piangeva e strillava, e loro la spogliarono e la graffiavano e mordevano. Non avremmo mai dovuto farla venire al mondo, non per farla finire così. Lei amplificava le paure, gli istinti. Non faceva altro che liberare quello che abbiamo dentro, in profondità, e quello che abbiamo in profondità è il Male. Avrei dovuto fare qualcosa, fermarli, io... avrei dovuto fare qualcosa ma non potevo. Era una bambina. Urlava, e ogni urlo era un chiodo nella mia testa, ogni urlo era una tanica di benzina sulle fiamme del suo Inferno. Il sangue, il sangue... dappertutto. Poi accadde qualcosa. Du Val non aveva fatto bene i propri conti, era un pazzo e un dannato demonio e il suo progetto andava in fumo quel giorno, e non c'è bestemmia appropriata per maledirlo. Su qualcosa però aveva avuto ragione: anche l'altro bambino aveva un dono. Non so cosa accadde, non l'avevamo previsto. Di colpo, a sentire le grida della sorella violentata e fatta a pezzi, il bambino finalmente si scosse. Bastava separarli per farli agitare, e ora gliel'avevano portata via per sempre. Credevamo fosse una sorta di autistico, ma forse in realtà qualcosa teneva semplicemente spenta la sua mente per evitare che facesse di continuo quello che fece in quel giorno dannato. La sentiva gridare, e stringeva i pugni sempre più forte, fino a farsi sanguinare i palmi, e dondolava la testa e il corpo, e piangeva blaterando nella sua strana lingua privata... poi di colpo sembrò svegliarsi da uno strano sogno. Non poteva vedermi da oltre il vetro, ma mi guardò, io so che mi guardò. Quegli occhi sconvolti non li dimenticherò mai: perché? mi domandava. Un fischio acutissimo mi perforò la testa. Non mi vengono in mente altri termini: mi perforò. Questo fece. Io persi i sensi, e forse questo mi salvò la vita.

Quando mi risvegliai, fuori c'era silenzio. La parete oltre lo specchio era infranta, neve fioccava lenta sui cadaveri smembrati. Una stanza rossa e bianca. Lei non c'era più, lui nemmeno. Non so che fine abbia fatto il fratello, so che non smetterò mai di chiedere scusa a lei per aver contribuito a condannarla a una vita così breve e così assurda.
Fuori il Campo era sgombro da soldati nazisti, e uomini mai visti stavano soccorrendo i prigionieri superstiti: i Figli di Ilmarinen ci avevano salvati.
Libertà: non potevo crederci. Infatti non era del tutto vero."

lunedì 15 dicembre 2008

Pagina 145

30 gennaio '07

Lo stillicidio di diserzioni si trasformò ben presto in un torrente di ribellione. Il malcontento delle truppe si diffuse rapidamente: ora che l'incrollabile fede/terrore verso il proprio leader era venuta meno, il freddo e la fatica si facevano sentire. Ora il gregge smunto dei prigionieri appariva l'avvilente riflesso dell'Inferno che si erano guadagnati. Si formarono due fazioni: da una parte c'era chi, topo, voleva abbandonare la nave prima dell'affondamento, e dall'altra c'era chi si ostinava a seguire ciecamente il comandante. "Seppur egli mi togliesse la vita, in lui confiderò": l'ideologia e l'abitudine all'obbedienza tennero stretti diversi uomini a Du Val. La cosa degenerò quando si diffuse la voce di una colonna di carri armati del Reich in rotta di passaggio poco distante. Una delegazione di ufficiali si recò da Du Val per chiedere con decisione l'evacuazione del Campo: l'idea era quella di unirsi alle truppe in ritirata e dileguarsi. Forse avevano paura di quello che avevano attirato, forse erano semplicemente stremati da tutta quella assurda storia di genetica e alchimia, forse erano stanchi di quella vita a rallentatore immersi in una Schneekugel senza confini. Erano forti di una sessantina di uomini. A fermare la delegazione, sull'uscio delle stanze personali di Du Val, l'Untersturmführer Martin Krause, un mastinoide dalla bocca larga e i capelli stempiati: con gli stivali neri ben piantati a terra, li intimò a riprendere le proprie mansioni, e li informò che l'Oberführer Von Tal non intendeva considerare le loro lamentele. Gli ufficiali non si lasciarono intimidire: volevano vederlo a tutti i costi. La tensione crebbe rapidamente: dovevano partire, e dovevano partire quel giorno per raggiungere le truppe in tempo utile. Anche qualcuno degli scienziati iniziò timidamente, forte della propria supposta posizione di "prigioniero particolare" a sperare nell'abbandono del Campo. Si radunò un capannello di nazisti diviso in due fazioni: dimentichi di gerarchie e doveri, iniziarono ad alzare la voce. Al primo spintone rispose il primo proiettile, cui fecero eco molti altri: Du Val non si vedeva ancora, e intanto nel suo Campo infuriava una vera e propria ribellione. Era una giornata come tante, in quel momento i bambini erano sparsi per il Campo, chi in un laboratorio chi nell'altro, chi nelle stanze comuni. Paolo Morgenstern si ritrovò barricato in un edificio ai bordi delle recinzioni: oltre una spessa vetrata a specchio, nella stanza accanto alla sua si trovavano i due gemelli, assieme a una dozzina di prigionieri comuni. Stavano sperimentando l'influsso psicotropo di Shira su lavoratori del Campo: sotto l'occhio vigile di un paio di militari ancora ligi al dovere, i dodici uomini emaciati sedevano attorno a un tavolo circolare, la bambina era poco distante. In un angolo, in disparte, stava il gemello di lei. Fuori si udirono i primi spari, le urla. Voci adatte all'addestramento dei cani da guardia sbraitavano le une contro le altre.
Shira si fece prendere dal panico.

martedì 2 dicembre 2008

Pagina 143/ Pagina 144

30 gennaio '07

Le cose iniziarono a precipitare, se così si può dire parlando dello smantellamento di un'impresa aberrante come quella. Era il 1945, e sebbene ancora la Guerra di Lapponia non avesse raggiunto il Campo, presto qualcuno sarebbe arrivato: il gelo, anche in quell'epoca che ora appare tanto arretrata, era immenso ma non infinito, e nonostante le manovre militari fino ad allora fossero state poco più che un lontano sentore per gli abitanti del Campo, il Mondo voglioso di riscossa pressava senza sosta le forze naziste da ogni direzione. Come se non bastasse la consapevolezza di combattere una guerra ormai perduta, i soldati al servizio di Du Val dovevano fare i conti con il terrore senza nome che li aggrediva dalla notte innevata: non vi furono attacchi di massa, dopo quelle prime sortite, bensì un invisibile assedio.
Due giovani SS sparirono durante una ronda di guardia: si parlò inizialmente di una comprensibile diserzione, ma dopo un paio di giorni furono trovati due crani ben lucidati accanto a un paio spillette con la doppia Sieg, e si smise di ipotizzare; alcuni giorni dopo, un soldato fu rinvenuto letteralmente stecchito nella neve: se ne stava lì, rannicchiato a terra dietro l'angolo di un edificio con il fucile stretto in mano. Non fu mai chiarita la causa: forse il gelo l'aveva sopraffatto, forse qualcosa l'aveva stroncato. Spesso i lupi ululavano, ed erano vocali troppo ritmate, troppo "meditate" per non sembrare urla di qualche pazzo stranamente bestiale.
Altre tre SS svanirono nel nulla, una di queste sparì mentre si sarebbe dovuto teoricamente trovare nei propri alloggi, e l'inquietudine aumentò: qualcuno era penetrato nel Campo? Batterono in lungo e in largo il perimetro del Lager, interrogarono prigionieri a caso e ne fucilarono qualcuno tanto per dare una insignificante prova di forza, ma fu inutile: non si trovò traccia di vie di accesso o uscita, non si trovarono infiltrati. I nervi erano tesi come corde di violino, anche i bambini erano molto irrequieti. Solo Rahel e il piccolo catatonico sembravano in pace (ma in almeno uno dei due casi ci vedo onestamente poco di strano).

Una notte (ovvero: dopo il coprifuoco), in lontananza apparirono le fiaccole: una lenta processione di lucciole cantilenanti avanzava in semicerchio. Erano distanti, si avvicinarono al Campo ma non abbastanza da essere riconosciuti o da potersi dire sotto tiro. Anche ai soldati più fieri e ariani iniziarono a tremare le mani. Scienziati, kapò, militari, qualche prigioniero fuori dal proprio "dormitorio": una piccola folla si radunò sul piazzale del Campo, come zanzare verso una lampadina. In diverse lingue, tutti si ponevano molte domande. Poi, Marsellus Du Val emerse dal proprio laboratorio, stringendo in mano un sacchetto di cuoio. Calò il silenzio nel perimetro del Campo, mentre all'esterno il vociare basso e distante proseguiva senza sosta. Lo fecero passare, man mano che avanzava verso il cancello la gente si faceva in disparte. Si piazzò di fronte al cancello, infilò senza dire una parola una mano nel sacchetto e ne estrasse un pugno di qualcosa di giallognolo. Segatura. Portò la mano alla bocca, stese le dita, e soffiò. Una nuvola di trucioli si alzò in volo: galleggiava spinta da un vento inesistente verso le torce nella notte. Poco dopo venne persa di vista nel buio, ma dopo qualche secondo si vide piovere dal cielo in lontananza, sopra gli uomini cantilenanti, una doccia di fiamme: come fuochi artificiali lanciati dall'alto verso il basso, i fuochi di Du Val inondarono la pianura ghiacciata. Le torce si sparpagliarono come scarafacci all'accensione di una lampadina, si videro correre e rotolare uomini in fiamme, si udì un crepitare prolungato e impossibile: Du Val, evidentemente soddisfatto della propria esibizione di forza e convinto di aver chiuso la partita in una singola mossa, si girò per tornare sui propri passi. Quando udì riprendere la cantilena distante, dice Morgenstern (mai privo di dettagli pittoreschi e presumibilmente colto dalla inevitabile sindrome da storia ripetuta molte volte), fu percorso da un fremito quasi impercettibile. Estinte le ultime fiammelle di Du Val, le fiaccole ripresero il proprio posto. Lui non si fermò, e tornò verso le proprie stanze senza una parola. Anche quando dopo diversi minuti la processione distante svanì com'era arrivata, l'eco di quel canto continuò ad aleggiare silenzioso sul Campo. Un paio di giorni dopo, un giovane sergente e cinque suoi sottoposti vennero fucilati per diserzione: erano stati sorpresi mentre si preparavano ad abbandonare il Campo di soppiatto.

Era l'inizio della fine.

venerdì 21 novembre 2008

Pagina 142

30 gennaio '07 Mattino

Ci ho pensato stanotte, ma non riesco neppure a immaginare come sia possibile rallentare o accelerare lo scorrere del tempo. Cos'è il tempo, in fondo? Anche solo capire questo forse potrebbe avvicinarmi a capire come sia possibile dilatarlo a piacimento. Ho ricordi quasi nulli delle sensazioni che provavo nello strano mondo di legno in cui ero capitato, posso riappropriarmene solo rileggendo le pagine scritte in quei giorni (o dovrei dire in quel giorno?). Mi fa uno strano effetto però: è come leggere parole scritte da un altro, visto che di quell'esperienza non conservo praticamente alcun ricordo. Com'era quel vivere a tempo cristallizzato? Com'era la sospensione di bisogni, stimoli, funzioni vitali? Non ricordo.
Eppure l'ho vissuto, ne sono sicuro, quando rileggo quelle parole lo so senza ombra di dubbio. Quello che non so, è come sia stato possibile tutto questo: quel mondo artefatto, quel lago nero che sicuramente profumava. E il tempo piegato a leggi di una fisica differente.
Diego sembra essersi stabilizzato, se così si può dire di quella sorta di manichino pallido. Prima la finiamo, prima ce ne andiamo da qui.

Si riprende con il racconto.
Dicevamo di come il trascorrere degli anni di guerra avvicinasse inesorabilmente Du Val alla consapevolezza di un'imminente interruzione nel suo lavoro: presto o tardi i giochi sarebbero finiti, e con essi sarebbe svanita la cortina di gelido anonimato che proteggeva i suoi abomini. La consapevolezza di un mondo in movimento doveva senz'altro pesare come un macigno, sull'uomo per cui guadagnare tempo era diventato una necessità tanto pressante da spingerlo a costruire una stanza dove poterne disporre a piacimento. La vera minaccia per il Campo, tuttavia, arrivò senza preavviso in un'ustionante notte di ghiaccio: sirene urlarono, cani abbaiarono, bocche metalliche vomitarono piombo e fuoco. Scienziati e bambini, al sicuro nelle profondità dell'ipercubo dei laboratori, udivano l'ovattato suono della battaglia filtrare attraverso le impossibili pareti. Dopo un paio d'ore gli spari cessarono, ma rimase la certezza emersa dalla neve: qualcuno aveva scoperto Du Val e stava arrivando per fermarlo.
Da principio Morgenstern e i suoi colleghi congetturarono in clandestinità su una sortita dell'esercito norvegese o finlandese. Ci fu chi si spinse a chiedere numi a Du Val stesso, il quale non ritenne di dover dare spiegazioni: si limitò a spronare perché gli studi procedessero a ritmo sostenuto. Quando pochi giorni dopo si udirono nuovamente spari nella notte, iniziò ad essere sussurrato nel campo il nome di Ilmarinen, leggendario fabbro della mitologia finlandese. Non che un eroe mitologico fosse tornato per combattere i nazisti: erano i suoi adoratori a farlo.
Per qualche motivo, i membri di una delle ultime sette sciamaniche della Lapponia avevano deciso di scendere in guerra aperta contro il mago Marsellus Du Val.

martedì 18 novembre 2008

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29 gennaio '07 Sera

Con il passare del tempo, quasi tutti gli altri bambini iniziarono a manifestare le loro facoltà. Faceva eccezione il numero 25124, il fratello del numero 24128, ovvero Shira: più che per reale interesse nei suoi confronti, è ragionevole supporre che si pensò di lasciarlo in vita per non infastidire la sorella, viste le facoltà che la bambina aveva mostrato. D'accordo, esistevano gli artefatti in legno per "spegnere" i bambini, ma non avrebbe avuto senso tenerli sempre inattivi, la sperimentazione doveva continuare, dunque ci sarebbe stata più di un'occasione in cui i poteri della piccola sarebbero stati privi di freni, e non era molto saggio infastidirla senza motivo. Inoltre gli amuleti erano stati creati allo scopo di bloccare gli effetti dei Marchi, e le facoltà dei Meshuggah, sebbene dai Marchi stessi derivate, erano sicuramente di tipo diverso, dunque si trattava di una precauzione non priva di margine d'errore.
Come abbiamo detto, dopo che Du Val appropriò di un bambino ne rimasero sette, e con macabra ironia a ognuno di essi venne dato al momento del proprio "risveglio" un nome yiddish o ebraico, spesso non privo di significato mistico: c'era Pfuiteufel (nato prima della consuetudine di trovare nomi ebraici ai bambini e dunque vittima di una sorte ancora più scherzosa), c'era Shira con il suo fratello senza nome, c'erano poi Urim (un piccolo che si rivelò già attorno ai tre anni capace di leggere dalla mente delle persone meglio del defunto 1582) e Thummim (quello che invece poteva scrivere nella mente delle persone, non tanto obbligando le persone ad agire come voleva ma almeno inizialmente riuscendo a comunicare senza aprire bocca). Le altre due bambine presenti, Rahel e Myriam, erano dotate di facoltà piuttosto diverse: rientravano nello stesso programma di emulazione di doti degli Avatar, ma in loro si incarnavano capacità proprie della Pietà. Ecco che se Rahel fungeva quasi da contraltare a Shira, essendo se non proprio un inibitore per le emozioni quantomeno fonte di una pace e di un benessere istantanei grazie alla sua sola presenza, Myriam si rivelò probabilmente l'esperimento meglio riuscito all'interno del gruppo: a due anni si divertiva a far ricrescere i capelli ben rasati alle guardie, a quattro fece rifiorire una rosa secca. A nove anni riportò in condizioni eccellenti un giovane soldato al quale, dopo che si era offerto come cavia senza sapere per quale sorta di esperimento, era stata sparata una raffica di mitra a bruciapelo: era stato imbrigliato con successo il più notevole potere della Pietà, quello della taumaturgia guaritrice.
C'è qualcosa di strano da chiarire, Morgenstern anticipa la mia domanda: se i bambini erano nati nel 1942, e nel 1945 la Guerra finì, com'è possibile parlare di una di loro ancora nel Campo all'età di nove anni? Forse l'insediamento sopravvisse al Reich? Magari fosse così semplice...
La motivazione, e probabilmente solo essendo passato a mia volta attraverso un'esperienza simile riesco ad accettarla, è che all'interno del laboratorio/dimensione di Du Val (quel laboratorio stranamente più grande dall'interno che dall'esterno) si celasse un'altra stortura dimensionale: in quel mondo all'interno di un mondo all'interno del nostro mondo, Du Val aveva creato una sorta di incubatrice per accelerare la crescita dei bambini. Nati nel 1942, avevano ormai dieci anni quando nel 1945 gli ultimi residui di Germania divennero scomodi come una macchia sul proprio abito da sera per la Finlandia: il Campo presto o tardi sarebbe stato smantellato.

martedì 4 novembre 2008

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29 gennaio '07 Sera

Nel 1942, con la Seconda Guerra Mondiale in pieno svolgimento, al campo continuavano relativamente imperturbate le attività di ricerca: mentre a ovest la Norvegia era orfana del proprio governo, costretto all'esilio dagli invasori Nazisti, i padroni di casa finlandesi avevano ben altro a cui pensare che battere palmo a palmo la Lapponia, visto che il conflitto con la Russia (nel quale il Reich li appoggiava) li teneva piuttosto occupati. Così, verso la fine dell'anno, ben protetti dal precario equilibrio del Nord vennero alla luce nell'arco di un breve intervallo di tempo venti bambini. Di questi bambini, cinque non superarono la prima settimana: un paio di loro nacquero già morti; di uno in particolare Morgenstern ricorda le fattezze "simili a quelle di un grosso girino, con una testa tonda e liscia e un collo lungo". Un paio di scienziati lo sezionarono "come un pollo", continua. Degli altri, almeno cinque presentavano deformazioni anche gravi: considerando che per ciascuna gestante era stato utilizzato un particolare trattamento, e che nei progetti di Du Val i trattamenti "vincenti" sarebbero stati poi riutilizzati su donne di "razza pura" per ottenere finalmente i super-uomini di cui quei piccoli erano solo delle bozze, individuare quali metodologie portassero a difetti fisici era fondamentale. Quattro bambini vennero subito "scartati", ma quando un kapò molto zelante andò a strappare l'ultimo dei cinque dalle braccia della giovane madre, un fiotto di sangue nero attraversò la stanza. Il kapò cadde riverso sul pavimento, il volto rosso per i fiumi di sangue che gli sgorgavano dal naso. Vibrante come per un attacco epilettico, urlava come un pazzo di salvarlo dagli immaginari serpenti che lo stavano mordendo, mentre diversi tra inservienti e dottori si sentirono la testa stretta in una morsa d'acciaio che sarebbe durata per delle ore. Per diverse notti furono tormentati da incubi terribili.
Il bambino, un piccolino "tutto storto e brutto, con la faccia quasi fucsia da neonato urlante" era il primo tra le nuove creature di Du Val a manifestare un potere mentale innato. Storto, urlante ed ebreo: un anonimo soldato del campo lì presente si lasciò sfuggire un'esclamazione di raccapriccio, e così lo storpio "Pfuiteufel!" ebbe il suo particolare battesimo onomatopeico.
Fu risparmiato, assieme a una decina d'altri neonati. Non ricevettero sul momento alcun nome, in totale erano otto maschi e tre sole femmine. Un neonato e una neonata erano gemelli. Per il momento, nessuno di loro ad eccezione di Pfuiteufel manifestò facoltà paranormali. Tre di loro si rivelarono anzi piuttosto deboli, e di lì a poco si spensero, chi per le complicazioni di una polmonite chi molto probabilmente per le diaboliche porcherie somministrategli mentre era nel grembo materno. Dopo circa un mese rimasero dunque in otto, cinque maschi e tre femmine.
Du Val li visitava un paio di volte al giorno: pur con freddo distacco sembrava in un certo modo affezionato ai bambini, o molto più verosimilmente attratto dalla prospettiva di successo che rappresentavano. Fu un bambino in particolare ad attirare le simpatie del gerarca-mago, un piccolo dai capelli nerissimi che sembrava piuttosto robusto e sveglio. Non aveva ancora manifestato alcuna dote quando improvvisamente, in una notte ventosa, Du Val lo prese e lo portò via con sé, recitando il ruolo dell'orco in quella fiaba di magia nera e notte perenne. Non fu più rivisto, né naturalmente il padrone del campo si premurò mai di dare alcuna spiegazione a riguardo.

I mesi passarono, tra test forse prematuri dall'esito negativo e giovani madri fatte sparire silenziosamente, una dopo l'altra, dopo aver allattato per un po' quei loro figli nati già perduti. Alla fine del 1943, quando già da tempo i bambini del gruppo erano comunemente considerati un esperimento pressoché fallito (fatta eccezione del deforme Pfuiteufel che in ogni caso non aveva più dato prova di particolari capacità dopo il giorno della sua scampata esecuzione), due lavoratori del campo adibiti a delle riparazioni poco distanti dal dormitorio/prigione dei bambini mollarono gli attrezzi e corsero come forsennati, urlando insulti, verso un trio di guardie naziste. Queste aprirono il fuoco, e una sventagliata di mitra pose fine alla questione.
Un paio di giorni dopo ben quattro donne del campo furono trovate sedute in cerchio con le vene dei polsi recise: secondo la ricostruzione dei militari, le donne si erano strappate la carne a morsi a vicenda, ed erano rimaste lì a dissanguare, in uno strano rituale di suicidio. Anche loro erano impiegate nell'area attorno al dormitorio. Nessuno pensò tuttavia di mettere seriamente in relazione gli strani comportamenti dei pigionieri con i bambini (dopotutto, pulsioni suicide più o meno velate erano all'ordine del giorno), finché una delle guardie del dormitorio non abbandonò il posto nel bel mezzo del proprio turno per uscire e iniziare sparare all'impazzata sui poveri lavoratori che si trovava sotto tiro. Dovettero abbatterlo per farlo smettere. Allora, qualcuno del team fece notare con una certa macabra ironia che dopotutto il giovane non aveva fatto altro che assecondare in modo fin troppo zelante le parole del suo Führer, battendosi per l'eliminazione della "piaga giudaica" dalla faccia della Terra. Qualcun'altro mise a quel punto in relazione i vari episodi di quei giorni alla luce di una semplice considerazione, ovvero il fatto che ciascuno dei protagonisti non aveva fatto altro che agire in base alle proprie pulsioni più o meno comprensibili: i due ribelli si erano lanciati contro i loro carcerieri come senz'altro tutti i prigionieri sognavano intimamente di fare, le donne avevano ceduto allo sconforto (in un modo un po' estremo) come sicuramente moltissimi altri avrebbero voluto fare, il giovane soldato aveva "soltanto" eliminato quelli che gli avevano sempre dipinto come soggetti da eliminare... qualcosa o qualcuno toglieva i freni inibitori alle persone? Forse.
Furono studiati ancora tutti i bambini, uno a uno. Quando si tentò di separare la gemellina dagli altri bambini e in particolare dal fratello, questa scoppiò in un pianto quasi isterico. Subito il fratello la imitò, seguito da un paio di altri infanti, mentre un altro piccolo che in quel momento veniva cambiato da un'infermiera (che era poi una prigioniera come le altre) iniziò a ridere come un pazzo, imitato dalla ragazza; due delle altre infermiere e una guardia scoppiarono a piangere e nella stanza accanto un altro militare iniziò a masturbarsi freneticamente sotto gli occhi allibiti dei presenti. Tutte le apparecchiature radio iniziarono a fischiare paurosamente, segno di un'interferenza molto potente: già era successo con il paziente 1342.

Shira, questo il nome che la madre della piccola avrebbe voluto darle, sarebbe stata di lì a poco identificata come "amplificatore vivente di pulsioni": quando il suo potere si manifestava i felici diventavano felicissimi e i tristi diventavano potenziali suicidi.
Fu evidente una delle maggiori falle del progetto: se un uomo adulto con dei super-poteri è pericoloso, che effetto faranno gli stessi poteri affidati a un bambino di un anno?
Marsellus Du Val, saggiamente, aveva pensato anche a questo: a ciascun bambino venne "affidato" un ciondolo di legno intagliato, una sorta di piccolo amuleto. Nessuno fece domande riguardo al funzionamento o all'origine degli amuleti, e Morgenstern pensò di tacere il fatto di averli riconosciuti per via di certi suoi viaggi passati sui Balcani. Ne stringo uno in mano proprio adesso, è un dischetto di legno un po' più grande di una moneta, leggermente incurvato e verniciato. Inciso sul dorso dell'amuleto, un piccolo simbolo che istintivamente credevo un Marchio di Du Val, e che secondo Morgenstern è invece opera di un pittoresco artigiano del legno di moltissimi anni fa. Sembra un semplice pezzo di legno inanimato, eppure fu con pezzi di legno come quelli che si riuscirono a tenere a bada gli strani doni dei bambini del campo, o come vennero ribattezzati di lì a poco, Meshuggah.

giovedì 30 ottobre 2008

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29 gennaio '07 Sera

L'altro ambito delle ricerche, quello "medico", si rivelò paradossalmente più fruttuoso, più semplice. Strano ma probabilmente significativo il fatto che la comprensione dei Marchi si riveli compito più arduo del loro utilizzo. Probabilmente dovremmo ragionare sul fatto che sarebbe meglio non utilizzare cose che non comprendiamo appieno, o meglio che non comprendiamo affatto, ma che mondo sarebbe senza spirito d'avventura?
Forse fu proprio un mal riposto spirito pionieristico, in parte, a spingere il manipolo di scienziati attraverso quei progressi dannati, forse più che un incentivo il fucile spianato contro di loro fu una scusante, un alibi. Provarono gusto, a un certo punto, con tutte quelle cavie, immersi in quella assenza di regole e morale. D'altronde la Scienza richiede dei sacrifici: nel Medioevo molti studenti di medicina trafugavano cadaveri per imbarcarsi in timide autopsie, nonostante il pubblico dissenso e il concreto rischio di essere condannati se scoperti. Era tanto diverso il loro ricercare, lassù nel gelo? Io dico che probabilmente non sarebbe stata neppure necessaria la sospensione della morale dettata dalla vita del Lager, sarebbe bastato un qualunque ambiente dotato di una legge "particolare". L'eugenetica nazista, e in particolare quella maggiormente deviata, era il campo fertile necessario a far fruttare l'idea di Du Val/Von Tal, anche se sicuramente non l'unico possibile.

Convinti o meno, spaventati o meno, gli scienziati svolgevano il loro dovere.
Inizialmente l'idea era quella di alterare le facoltà di persone adulte tramite l'esposizione a radiazioni "vincolate" dall'uso dei Marchi. Si pensava che giovani uomini e giovani donne selezionati tra i prigionieri più robusti, avrebbero potuto sostenere meglio lo sforzo fisico necessario che Du Val e soci ipotizzavano essere lo scotto da pagare per la trasformazione. Come nel rigettare un organo trapiantato, il corpo avrebbe cercato di opporsi alla forzata modifica delle proprie caratteristiche, e si pensò che individui dalle difese immunitarie ben salde avrebbero avuto maggiori probabilità di superare lo shock.
Questo primo approccio naufragò in breve: deformazioni a crescita rapida, grossi e letali tumori, degenerazione dei tessuti con decorso anche curioso (Morgenstern ricorda con quello che onestamente identificherei quasi come un ambiguo ghigno il caso di un paziente morto per autocombustione durante uno dei primi esperimenti), questi e altri esiti, ugualmente negativi, portarono presto ad abbandonare la pista. Il problema sembrava di duplice natura: da un lato il corpo tentava di opporsi a quell'accelerazione arbitraria dell'Evoluzione nel modo peggiore, dall'altro era la mente ad opporsi. Anche i casi apparentemente più incoraggianti (quelli in cui il paziente non andava incontro a una morte orrenda entro pochi giorni o poche ore), finivano con il risolversi in un decesso quasi immediato: quando qualcosa sembrava funzionare, quando una cavia sembrava superare la fase iniziale senza grosse conseguenze, ecco che la mente sembrava spegnersi. Di lì a poco, una sorta di shock stroncava il paziente, una specie di colpo apoplettico.

Tentarono, sempre su soggetti adulti, diversi approcci.
Alcuni pazienti vennero trattati immergendoli in vasche colme di acqua pesante al 90%, vasche opportunamente "trattate" con sigilli e altri Marchi: l'idea era quella di "infilare" direttive di mutazione all'organismo approfittando del subbuglio causato dall'avvelenamento cellulare, o alternativamente quella di sostituire all'azione venefica del liquido una differente influenza sul corpo. In parole povere, tentarono sia di far agire i Marchi sul paziente che sull'acqua. L'esito fu negativo. Non fu certamente l'unico esperimento, si parla di roba anche seria: inoculazione di sostanze dalle più o meno reali doti mutagene, vasche per tentare di stampare Marchi sui pazienti con un procedimento simile alla doratura galvanica (lo dice Morgenstern, io mi limito a trascrivere), esposizione a fonti radiattive... come tanti Frankenstein in un negozio di giocattoli pericolosi, gli scienziati si divertivano (o erano costretti) a sperimentare diversi ritrovati scientifici che per l'epoca erano sicuramente all'avanguardia, senza mai rinunciare all'alone di esoterismo che via via diveniva paradossalmente la loro Scienza primaria. Fu chiaro di lì a poco che la sperimentazione su soggetti adulti non dava i risultati sperati. Qualcuno avanzò l'ipotesi che potesse trattarsi di un problema di incapacità di adattamento: gli organismi su cui tentavano di agire erano troppo sviluppati, troppo rigidi da un punto di vista evolutivo. Capirono che tentare di mutare gli adulti era come cercare di imporre esercizi di contorsionismo a un impiegato di mezza età: l'unico risultato era quello di rompere il loro giocattolo.
Decisero presto (non senza un ordine dall'alto che, maledetti loro, probabilmente aspettavano con ansia) di rivolgere le loro attenzioni ai bambini. Dopotutto, non erano ancora merce rara tra i deportati, potevano averne diversi senza troppi problemi.
In coincidenza con la scelta di sperimentare sui bambini, pratica degna dell'infame macellaio Mengele, Morgenstern ricorda una sorta di scissione all'interno del team: da un lato vi fu tra gli scienziati più zelanti chi (pur in precedenza inebriato dal parco giochi polare) fece una tardiva marcia indietro, quantomeno ideologica. Non servì a molto: un paio di fucilazioni e tutti tornarono al lavoro, pur con meno entusiasmo e con l'incombente sensazione di un posto prenotato giù al partèrre dell'Inferno. Ciò che invece ebbe conseguenze più significative (o quantomeno più memorabili) fu d'altro canto la spaccatura tra i due gerarchi del Lager: Sansa abbandonò il campo per tornare verso Oriente, non prima di un'accesa discussione con Von Tal che Morgenstern imputa appunto al rifiuto da parte del giapponese di prendere parte a esperimenti su bambini. Appare strano, continua il professore, un simile scrupolo da parte di una persona del genere, soprattutto visto che la motivazione data all'epoca fu basata fondamentalmente su un sogno notturno, un sogno riguardante certi "bambini d'acqua" e una specie di grosso animale mostruoso che li divorava in un pascolo innevato. Sansa appariva terrorizzato, ricorda lucidamente il professore, mentre assieme al resto della delegazione giapponese si allontanava nella notte artica.
Probabilmente sarebbe stato spazzato via dall'Atomica di lì a qualche anno, come molti altri.

Pur senza il supporto dei nipponici, i lavori ovviamente proseguirono. Inizialmente i risultati apparvero quasi incoraggianti, se così si può dire: i bambini sembravano rispondere meglio rispetto agli adulti, il che significava in alcuni semplicemente che non finivano inceneriti o a vomitare sangue dopo una cinquantina di ore, in altri (questo fu festeggiato) come un timido affiorare di capacità sovrannaturali "spontanee", o per meglio dire "incorporate": un ragazzino sugli otto anni, il paziente 1582 (non avevano ammazzato millecinquecento persone, il numero era quello tatuato sul braccio sinistro del bambino: dire "il paziente 1582" è come dire "l'imprecisato paziente contrassegnato all'ingresso al Lager con il numero 1582"), riusciva a indovinare il seme della carta pescata dalla persona che aveva di fronte con una percentuale di successo del 100%, e altrettanto faceva con colori, lettere in stampatello, numeri. Captava, oltre a queste figure, qualche parola qua e là tra i pensieri del suo interlocutore, concetti semplici e già noti (captava "casa" ma non "dodecaedro", "cielo" ma non "Santippe"...). Il prodigio si interruppe bruscamente dopo circa una settimana, quando il paziente numero 1582 iniziò a lacrimare sangue nero e a dibattersi tra le convulsioni. Lo cremarono probabilmente a malincuore, sospetto più per l'ennesimo fallimento personale che altro. Analoghi minimi progressi vennero fatti in quel periodo: una bambina molto piccola sembrò in grado di accelerare il processo di rigenerazione cellulare di piccole ferite da taglio su altri pazienti, ma fu colta molto presto da una rapida e strana forma di lebbra. In quell'occasione temettero di essersi beccati qualcosa di letale, ma fortunatamente per loro non si trattava di alcunché di contagioso. Sfortunatamente per la bambina, la cosa non era nemmeno curabile. Il paziente 1342 faceva guaire i cani e ronzare le radio semplicemente guardandoli: una mattina venne trovato stecchito con rivoli di materia cerebrale dalle orecchie e dal naso. In parole povere, anche questo secondo approccio naufragò, pur dando segnali vagamente incoraggianti.

Com'è facilmente intuibile, Von Tal fece un'ulteriore passo avanti (o meglio indietro), portandosi a monte della vita delle proprie cavie: probabilmente il suo complesso del demiurgo lo fece sussultare di piacere nel momento in cui decise di agire direttamente su feti ed embrioni.
Non deve stupire il fatto che uomini e donne scelti tra gli internati fossero "accoppiati" arbitrariamente: dopotutto, per loro era soltanto bestiame, e per gli allevatori il controllo e la programmazione delle nascite sono all'ordine del giorno. L'aspirante Dio Marsellus Du Val reclutò diversi Adamo e diversi Eva: era probabilmente l'anno 1942.

domenica 19 ottobre 2008

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29 gennaio '07 Sera

Centenario o meno, francese o meno, Von Tal era sicuramente un manipolatore di Marchi, e si premurò di dimostrare al più presto le proprie doti per mettere subito in riga la sua squadra di scienziati. Fu probabilmente il solo gerarca nazista ad attuare con le proprie mani un'esecuzione sommaria di massa, e dicendo "con le proprie mani" si intende proprio "con le proprie mani". Da un lato la cosa sarebbe servita ad abbattere gli scetticismi dei suoi nuovi sottoposti riguardo le sue doti sovrannaturali, dall'altro la cosa avrebbe contribuito (seppur in minima parte) a curare il Mondo dal "Sionismo" dilagante: convinto o meno che fosse degli ideali nazionalsocialisti, Von Tal doveva in ogni caso dimostrare la propria aderenza ai metodi del Reich. Per lui gli internati erano bestie, niente più e niente meno che bestie, voleva dimostrare anche questo e soprattutto trasmettere questa sensazione ai suoi scienziati: era importante che entrassero subito nell'ottica di star lavorando su dei soggetti (a suo avviso) sacrificabili, poiché la sperimentazione diretta sugli esseri umani sarebbe stata la sola utile in quel caso.

I metodi utilizzati erano variegati e discretamente bizzarri: come già detto, l'idea alla base del progetto era quella di combinare metodologie e strumenti scientifici a risorse e nozioni anche paranormali. Inizialmente, una parte degli sforzi venne indirizzata allo studio della struttura dei Marchi, o meglio allo studio della loro "lingua": l'Universo è caotico, ma le strutture che lo governano sono straordinariamente impeccabili, come dimostra il fondamento matematico della realtà. Logico (secondo Von Tal) supporre che uno strumento come quello incarnato dai Marchi si basasse a sua volta su una qualche logica interna. Si tratta di simboli, simboli che veicolano un'informazione (anche se a un livello a noi oscuro), ed è questo che i linguaggi riescono a fare. Si provò a tracciare un alfabeto dei Marchi dunque, sperando di riuscire a creare nuove "parole" in quella strana lingua. Proprio a tale scopo, Von Tal aveva "reclutato" parallelamente al team scientifico alcuni esperti in linguistica e logica, portando il numero di intellettuali coinvolti nel progetto (per lo meno nel sito di ricerca in questione) a quindici: per i primi tre anni, vale a dire fino al 1938 circa, la sezione linguistica lavorò confrontando alfabeti e pittogrammi vari. A capo della sezione fu messo dopo il primo anno infruttuoso l'intellettuale Kashio Sansa, nazionalista del Sol Levante già entusiasta promotore dell'invasione della Cina del 1931, e arrivato direttamente dal Manchukuo agli esordi dell'alleanza tra Impero Giapponese e Terzo Reich. Morgenstern ne ricorda la sprezzante abitudine di non parlare alcuna lingua che non fosse la propria (pur capendo alla perfezione diversi altri idiomi) con conseguente impiego di un assistente traduttore, nonché la teoria secondo la quale non a caso ai samurai venisse insegnata quasi obbligatoriamente l'arte della calligrafia: l'ennesimo uomo convinto della potenza dei segni e delle parole, insomma.

L'impresa che si prefiggevano Sansa e Von Tal, va da sé, era titanica: già Locke, nel secolo XVII, propose (e rifiutò) un idioma impossibile in cui ogni singola cosa, ogni pietra, ogni uccello e ogni ramo avesse un nome proprio; allo stesso modo, Morgenstern ricorda l'argentino Ireneo Funes, che proponeva un sistema di numerazione in cui ogni numero fosse dotato di una propria "identità", di un proprio nome univoco (al posto di settemilaquattordici, ad esempio, diceva "la ferrovia", e altri numeri erano "il trifoglio", "la balena", "il gas", "la caldaia", "Napoleone"...). Trovare un alfabeto ragionato dei Marchi si rivelò essere, negli anni seguenti, impresa di analoga portata, vale a dire follemente lontana dalle capacità umane, o quantomeno fuori dalla portata di una mente che non fosse "illuminata".
Fortunatamente (o sfortunatamente), l'altro settore di ricerca iniziò a dare i suoi frutti.

mercoledì 15 ottobre 2008

Pagina 132

29 gennaio '07 Sera

E' difficile stabilire la reale identità di Markus Von Tal, specialmente dopo tutti questi anni: è possibile che si trattasse semplicemente di un emulatore di Du Val, uno che si fosse spinto a scegliere un "nome d'arte" che richiamasse quello del celebre teorico della Creazione ("Du Val" e "Von Tal" hanno un significato analogo) ma che avesse in realtà poco o nulla a che vedere con lui. Forse Marsellus Du Val semplicemente non è mai esistito, c'è chi ne ipotizza la figura come una sorta di simbolo. Una tesi simile a quella nata in seno alla cosiddetta "Questione Omerica": magari Du Val fu il semplice prestanome di una setta o conclave di studiosi dell'occulto, oppure l'alter ego letterario di qualcuno che preferì rimanere ignoto. In questo senso, la biografia del francese andrebbe rivista (la fuga dai rivoluzionari illuministi potrebbe rappresentare l'occultamente degli scritti esoterici, l'attività di mercante di specchi potrebbe essere metafora di questo essere un'immagine, un simulacro piuttosto che una persona reale...), ma sarebbe più facilmente spiegabile la grande mole di lavoro che gli viene generalmente attribuita: forse la firma di Du Val venne apposta a una summa esoterica redatta da molte persone.
Morgenstern ipotizza essere quello di Du Val una sorta di "nome ereditario", una specie di carica: come dire il Gran Sacerdote o la Lanterna Verde. In questo senso, dichiarandosi Marsellus Du Val il gerarca nazista avrebbe potuto intendere di essere il Du Val di quella generazione, di quel periodo storico.

Rimane poi ovviamente la spiegazione meno razionale, che è poi anche la meno improbabile visto l'argomento della storia, ovvero quella secondo la quale Markus Von Tal e Marsellus Du Val fossero effettivamente la stessa persona, una persona vecchia di duecento anni.
Come questo sia possibile non è chiaro: Marchi che guariscano o aiutino a guarire ce ne sono, Marchi che possano allungare in un modo o nell'altro la vita della gente ce ne sono, ma Marchi che diano l'immortalità o che possano far vivere per secoli una persona...
Naturalmente i Marchi non sono che una minima parte di ciò che di strano c'è al Mondo: sarebbe stupido limitare le possibilità a quelle contemplate dal Libro: io stesso ho sperimentato l'esistenza di altro, dalla parete alla cosa nel pozzo.

giovedì 9 ottobre 2008

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29 gennaio '07 Sera

La vita nel Lager, per i detenuti del gruppo di ricerca, procedeva in una quasi ignoranza delle condizioni altrui: avevano il sentore non troppo vago delle condizioni degli altri prigionieri, quelli per cui il lavoro forzato era più fisico e molto meno intellettuale, ma erano tenuti in una sorta di campana di vetro opaco. In quanto a pasti e condizioni di vita, erano privilegiati rispetto alla torma di spettri che si aggirava trascinando i piedi. Se ne stavano in un grande capanno, una sorta di laboratorio parzialmente interrato, e lì conducevano le loro ricerche. Il laboratorio, ricorda Morgenstern, era stranamente vasto, sembrava quasi fosse più grande l'interno dell'esterno. All'inizio la sensazione fu semplicemente accantonata da lui e dagli altri scienziati, ma anni dopo riuscì a identificare quasi con certezza l'origine della cosa nell'utilizzo di una qualche forma di "altrove". Presumibilmente la porta d'ingresso di una delle stanze del laboratorio era in realtà l'accesso a una bolla dimensionale simile a quella in cui mi sono trovato io su a Nord. Fenomeno comune in Lapponia, a quanto pare. Secondo Morgenstern, anche quella vicenda avrà una spiegazione, devo solo avere pazienza.

Dentro al laboratorio, oltre agli scienziati stavano le cavie.
E' difficile accettare l'idea di uomini che sperimentano su altri uomini, ma occorre contestualizzare: c'era sì chi lo faceva con freddo interesse scientifico e con spregio della vita umana (non tutti erano santi, anzi), ma c'era pure chi lavorava esclusivamente per via dei fucili puntati. Almeno all'inizio: in seguito la foga scientifica prese probabilmente il sopravvento sulla coscienza di molti, e questo avvenne quando furono messi al corrente dello scopo delle loro ricerche. Lì, in quella fredda landa immersa nella notte e nella neve, si sarebbe creato il super-uomo, si sarebbero gettate le basi di una nuova era per l'Umanità. Fu in una delle rare occasioni in cui si palesò ai propri ospiti forzati, che Von Tal espose (o meglio, impose) la sua visione del mondo al team scientifico: allora, per la prima volta i presenti vennero messi al corrente di ciò che io già so, uomini di scienza vennero posti di fronte ad assiomi fino a quel giorno quasi inconcepibili. Per loro (cui la Fede era ora imposta) l'esistenza di Dio sarebbe stata da quel giorno una certezza, l'esistenza di un Dio triplice nel vero senso della parola, un Dio che da sempre camminava in Terra, per giunta in tre luoghi differenti in contemporanea.
Impararono la Vera Storia: Dio esisteva, e loro avrebbero dovuto imbrigliarne il Potere. Per riuscirci, avevano a disposizione una riserva di cavie potenzialmente illimitata (tanti quanti il Reich avrebbe potuto spedirgliene), i mezzi scientifici più innovativi dell'epoca (la stessa epoca che avrebbe poco dopo dato i Natali alla bomba atomica), e soprattutto la supervisione di uno dei più importanti maghi dai tempi degli Alchimisti di Praga: a coordinare i lavori infatti, come abbiamo detto, nascosto in quel luogo maledetto c'era l'Oberführer Markus Von Tal, che un tempo differente e un luogo differente avevano battezzato Marsellus Du Val.

venerdì 3 ottobre 2008

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29 gennaio '07

Il gerarca Von Tal divenne, per la durata di quegli anni letteralmente bui, il loro dio: un dio malevolo e beffardo, non vendicativo poiché non c'era bisogno di esserlo, distaccato dai suoi sottoposti in virtù di un senso di superiorità talmente radicato da essere contagioso. Un dio-diavolo-uomo, il re di quella piccola landa gelida. Era lui a decretarne vita e morte, era lui a stabilire la durata del giorno e della notte, i prigionieri vivevano al ritmo scandito dalle sue SS. La vita nei Lager viene sottoposta a uno scardinamento delle coordinate spaziotemporali: il mondo non esiste più, esistono solo il baratro davanti ai piedi e una massa urlante che ti pulsa alle spalle, un'ondata di umanità che si contende pochi centimetri di speranza. Il sole non albeggia né tramonta, poiché tu non lo vedi sorgere né calare. Le stelle non ci sono, poiché nessuno può permettersi di alzare gli occhi verso il cielo notturno... la solita questione dell'albero che cade mentre nessuno ascolta, insomma. Questo valeva per i prigionieri "normali" (come se si potesse parlare di normalità e luoghi resi celebri da forni crematori e docce a base di gas nella stessa frase...): per Morgenstern e colleghi le cose giravano in modo differente. In tutti i campi di concentramento venivano operate divisioni rigorose tra i vari prigionieri, a volte in base a semplici criteri di età e genere, a volte in base a necessità produttive. In quel campo, in particolare, esistevano tre grandi categorie di ospiti: c'era la comune forza lavoro, costituita da una variegata massa di sventurati senza colpa che non fosse genetica, mentale o in qualche caso di preferenza sessuale, c'era l'equipe scientifica di cui Morgenstern faceva parte, e c'erano infine le cavie. Delle cavie parleremo diffusamente in seguito, prima è importante chiarire che genere di persone facesse parte della squadra di scienziati arruolati a forza dagli ideatori del progetto. Due caratteristiche erano condizione necessaria per essere "prelevati", ovvero il trovarsi in una fase attiva della propria carriera scientifica e il non essere allo stesso tempo particolarmente in vista: niente vecchi rincoglioniti, niente stupidi figli di papà con una cattedra regalata, niente pezzi grossi. Tutti avrebbero notato la scomparsa di Enrico Fermi o Albert Einstein, ma difficilmente qualcuno avrebbe trovato insostituibile Paolo Morgenstern, poco più che giovane assistente universitario con la passione per la fisica quantistica e con all'attivo qualche pubblicazione anche bizzarra, come un saggio sul folclore locale qua e là lungo la strada ferrata dell'Orient Express e altre brevi avvisaglie di infatuazioni metafisiche. Lasciava una moglie giovane, ma difficilmente questa sarebbe riuscita ad innescare efficaci meccanismi di ricerca, soprattutto nell'Europa scossa dai tumulti del periodo che sarebbe seguito di lì a poco.
E' dura sentirlo parlare di lei.

Von Tal aveva radunato una squadra composta da una decina di scienziati promettenti e non ancora troppo in vista, li aveva portati in un grande laboratorio immerso nel nulla, e aveva fatto loro il dono non richiesto di decine e decine di cavie umane. Per studiare cosa, lo vedremo poi. Su un braccio (prassi in casi simili) gli scienziati avevano come gli altri prigionieri un numero di serie: lo squallido simbolo del degrado umano che i nazisti solevano usare come prima e definitiva arma per fustigare nel profondo i loro involontari inquilini. Uomini ridotti immediatamente a bestiame. In questo essere immatricolati, gli scienziati erano accomunati alle cavie stesse: non dovevano esserci dubbi sul fatto che pure loro dovessero vedere sé stessi come merce sostituibile, non dovevano nutrire la falsa speranza di essere sullo stesso piano dei loro nuovi padroni/carcerieri.
Sull'altro braccio, e questo era tutto merito di Von Tal, un Marchio.

Sull'origine dei Marchi, sulla loro storia e perfino sulla genesi specifica di alcuni di essi, il professor Morgenstern potrebbe parlare per ore, e non ho dubbi sul fatto che sarebbe ben lieto di farlo. Di fatto, pur senza saperlo, Morgenstern si era avvicinato all'argomento ben prima di essere condotto al suo nuovo laboratorio. Sostiene di essersi reso conto rileggendo col senno di poi i suoi brani di gioventù di averne addirittura già scritto, per di più su un libro effettivamente pubblicato, relativamente diffuso e per di più commentato da alcuni studiosi di un certo livello. Probabilmente fu anche per la sua elementare esperienza a riguardo che venne scelto: era doveroso includere nel progetto l'unico uomo del ventesimo secolo ad aver divulgato, sebbene in minima parte, nozioni riguardo il Culto della Creazione. Al momento del suo arrivo al Lager in ogni caso non aveva idea di cosa fosse quella curiosa serie apparentemente casuale di linee sul suo braccio, sarebbero passati diversi anni prima che avesse modo di chiamare col suo nome la Catena di Tychonoff. La Catena di Tychonoff, in parole povere e come si evince dal nome, è un Marchio di Costrizione: non si tratta di una misura definitiva o particolarmente drastica, non immobilizza il marchiato né lo rinchiude in qualche cella dimensionale o chissà che altra diavoleria. La Catena viene apposta congiuntamente alla definizione di un dominio stabilito da chi la traccia, dice Morgenstern, e il marchiato semplicemente non potrà uscire dal dominio in questione. La cosa bella (o brutta a seconda dei casi), è che il dominio può essere definito in termini "umani": chi traccia il Marchio potrebbe legare il marchiato a "casa mia" o a "questo paese", o ancora (e questo è il nostro caso) a "questo campo di concentramento". Finché il dominio esiste, il marchiato non può lasciarlo. In più, e questa clausola è particolarmente fastidiosa, aprire i confini del dominio non significa per il marchiato la libertà, bensì ritrovarsi costretto all'interno dei confini di un dominio che conteneva il precedente: ecco perché Paolo Morgenstern, anche dopo essere scampato all'esperienza del Lager, non poté tornare a casa né uscire mai dalla Finlandia: il Marchio era ancora attivo, e lo è anche adesso.

Quella imposta dalla Catena non è una coercizione mentale, anzi: si tratta di un Marchio della Creazione, non di un ipotetico Marchio del Comando. Il marchiato non si sente in alcun modo in dovere di rispettare i confini del dominio, mantiene intatte le proprie facoltà decisionali ed è liberissimo di andarsene quando vuole sulle proprie gambe. Tuttavia un'imposizione esiste, ed è molto meno sottile che non una forma di suggestione o controllo mentale: l'imposizione deriva dal fatto che uscendo dal dominio il marchiato finirebbe con il sistema nervoso fritto dal rilascio di una scarica di corrente elettrica generata dal Marchio. Non ne avevo ancora letto sul mio Libro, ma non mi stupisce particolarmente considerando che io stesso sperimento quotidianamente un Marchio che va a influire direttamente sul sistema nervoso, e come tutti sanno il sistema nervoso è fatto grosso modo di cavi elettrici.
Ricorda un po' un vecchio film pseudo-fantascientifico tutto questo.

L'utilizzo di quel Marchio per tenere a bada gli scienziati (di sicuro non tutti gli ospiti del campo: sarebbe stato uno spreco di tempo e inchiostro) era un metodo semplice ed efficace per garantirsi che dei prigionieri vagassero a proprio piacimento entro un perimetro ristretto, senza dover faticare per tenerli d'occhio di continuo e senza rischiare di sottoporli ad eccessiva pressione psicologica: quella era gente portata lì per compiere un lavoro d'intelletto, non li si poteva marcare troppo da vicino. Il giorno in cui Morgenstern venne messo al corrente assieme agli altri scienziati dell'equipe della propria costrizione, il suo primo pensiero fu quello di trovarsi nelle mani di un pazzo. In ogni caso, tra i fucili puntati e il deserto gelido tutto attorno al perimetro del campo, nessuno avrebbe tentato la fuga troppo presto, dunque tanto valeva prendere in parola il gerarca nazista nel suo soliloquio da stregone démodé e non sfidare le capacità (sicuramente in ogni caso poco credibili agli occhi di gente fino a quel giorno perfettamente razionale) del Marchio.
Di lì a poco avrebbero abbandonato per forza di cose ogni razionalità: fu questione di pochi giorni infatti, prima che iniziassero ad arrivare i rifornimenti di acqua pesante, gentilmente offerti dalle nordiche cantine personali del Führer.

mercoledì 24 settembre 2008

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29 gennaio '07

Sono molti i libri di storia scritti ogni anno da persone alquanto diverse tra loro. Alcuni sono più completi e altri meno, alcuni quasi sorvolano su interi capitoli grazie a sintesi sfrontata e altri invece si dilungano per pagine e pagine su un singolo avvenimento, magari per sorvolarne altri ugualmente notevoli. Tutti i libri di storia, più o meno esaustivi che siano, omettono qualcosa: questo è inevitabile. Esistono due forme di ignoranza: l'oblio e la non-conoscenza; in altre parole, certe cose si dimenticano, altre semplicemente non si apprendono mai. Entrambe queste forme di ignoranza riguardano in misura variabile gli storiografi, categoria piuttosto smemorata e pronta alla svista quando è il caso ("i libri di storia li scrivono i vincitori", disse qualcuno), ma sicuramente non imputabile di negligenza in casi come quello di cui parleremo. Tutti sanno cosa sia un Lager, tutti conoscono i Gulag almeno di nome. Pochi ricordano i nomi propri, le identità di questi campi, fatta eccezione per quelli più tristemente famosi, e certamente nessuno conosce il nome del campo di cui parleremo ora. Nemmeno il professor Morgenstern, che c'è stato, sa dare un nome a quel luogo.

Non tutti comprendono l'essenza dei Campi di Concentramento, la "filosofia" sottesa a simili strutture e alle metodologie che li animavano. Rari appassionati conoscono le differenze tra le varie tipologie di Campo, dunque non sono in molti ad avere familiarità col termine russo Šaraška. Šaraška significa più o meno "campo di detenzione leggera", e indica un'ingegnosa trovata sovietica: perché limitarsi ad ammazzare di fatica i prigionieri, quando si poteva sfruttarne il cervello? In questi laboratori segreti, prigionieri politici dal QI elevato si impiegavano con l'incentivo dei fucili per il bene della Madre Russia.
Potevano forse i Nazisti essere da meno? Sicuramente no, ed ecco spiegato in quale tipo di struttura Paolo Morgenstern ed altri scienziati non troppo famosi si trovarono detenuti in quell'aprile del '35. Accusati di cosa? Le accuse non furono necessarie, non in un campo in mezzo alla neve perenne del nord, un campo costruito in gran segreto, senza nome e senza riferimenti in alcun archivio del Reich, forse nemmeno in una piccola nota sulle scartoffie bruciate in tutta fretta al crollo del regime nazista. Erano ebrei in parte, ma laggiù l'etnia non contava, laggiù (o meglio, lassù) si puntava a qualcosa di ben più importante della purezza della razza ariana: si puntava al miglioramento della razza ariana.

Dove, quando e come venne costruito il Campo? Impossibile stabilire con esattezza una data di costruzione: si ipotizza un iniziale insediamento tedesco nella zona ben precedente al regime nazista. La zona in questione è uno sperduto angolo della Lapponia finlandese, al confine con la Norvegia, una zona praticamente spopolata da essere un deserto nel deserto. Ho interrotto Morgenstern per chiedere come secondo lui sarebbe stato possibile un insediamento tedesco in quel'area così a nord: esiste, sebbene piuttosto in disuso da tempo, un mezzo di trasporto particolarmente silenzioso, non inquinante e soprattutto in grado di volare, un mezzo che con non pochi sforzi ma in modo non certo incredibile avrebbe potuto condurre uomini e materiali in quella zona senza dare nell'occhio, un mezzo a cui ai vecchi tempi si dedicavano entusiasmi e prime pagine, un mezzo spesso sinonimo di avventura nei cieli, un mezzo chiamato dirigibile. Fu probabilmente a bordo di tedeschissimi Zeppelin che, dichiarando scopi non certo bellici, giunsero in Lapponia i fondatori del Campo. Facile immaginare le grandi masse affusolate delle aeronavi scivolare nel cielo nerissimo della Notte Artica.

A seguito di ricerche, il professor Morgenstern identifica con una certa sicurezza nella figura dell'eccentrico barone Ektor Von Schlierberg, finanziatore e comandante in diverse spedizioni a bordo di dirigibili prima e dopo la Grande Guerra, l'attuatore dei trasporti. Ho potuto sfogliare un album con molti ritagli di giornali vecchissimi a riguardo, giornali in cui (mi è stato tradotto) si parla con entusiasmo del varo del dirigibile Esmeralda, giornali in cui si annuncia la partenza di un equipaggio di eroi germanici verso il Polo Nord, giornali in cui si parla del barone e dei suoi modi sprezzanti da eccentrico. Di viaggi verso Nord in totale il barone ne fece una decina buona, portando con sé a quanto pare grandi quantità di roba. Non è in ogni caso spiegabile la costruzione di un intero campo di concentramento (un campo non troppo esteso ma nemmeno piccolissimo a sentire i resoconti di Morgenstern) trasportando in questo modo i materiali per la costruzione: ci dev'essere qualcosa di più complesso sotto. In un modo o nell'altro, il Campo venne ultimato agli inizi degli anni '30.

Al loro arrivo al Campo, quando ancora la Seconda Guerra Mondiale non era iniziata e mancava poco prima del varo delle Leggi Raziali di Norimberga, il professor Paolo Morgenstern e gli altri scienziati sequestrati vennero accolti dal direttore locale, l'Oberführer Markus Von Tal.

venerdì 19 settembre 2008

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29 gennaio '07 Mattino

Inizia il secondo giorno di racconti e riassunti. Ieri è stata una lunga giornata: non dev'essere facile per il professore parlare di certi argomenti. Finché si tratta di cosmogonia e divinità in terra siamo tutti bravi a fare dissertazioni, ma non appena dobbiamo parlare della nostra storia personale le cose cominciano a complicarsi. Allo stesso modo, è paradossalmente più facile accettare una storia tanto assurda e che appare tanto estranea a noi come quella degli avatar, piuttosto che digerire la realtà di un mondo non troppo lontano nel tempo in cui le persone erano marchiate come bestie. Mito e storia, favole ed episodi grotteschi ma reali si fondono nel nostro immaginario, solo in modo più disincantato e meno genuino di quanto accadesse ad esempio agli antichi greci. Stiamo vivendo un po' un'ingenuità alla rovescia, un'ingenuità che non è creduloneria ma negazione: per loro (per alcuni di loro) era facile accettare tanto l'idea di Prometeo incatenato a una roccia a farsi divorare il fegato ogni giorno quanto la concreta minaccia degli stranieri balbettanti. Per noi invece la storia recente è assurda e irreale tanto quanto la magia nera, se non di più: Adolf Hitler e l'orso Yoghi sono coprotagonisti di un unico grande cartone animato, a tratti divertente a tratti un po' meno.

E' strano qui: non posso certo definirmi un prigioniero, ma nemmeno mi sento particolarmente a mio agio. E' una specie di città sotterranea, l'illuminazione artificiale non aiuta ad allontanare l'impressione di trovarsi in una sorta di limbo oscuro. Lo sporco è a livelli straordinariamente bassi, considerata la situazione, ma l'odore di chiuso, l'odore di vecchia soffitta, sembra incancellabile nell'aria ben poco generosa di ossigeno. Puzza di chiuso e di antichità repressa. Corridoi che sembrano interminabili si snodano, alcuni piuttosto stretti e freddi, altri mantenuti tiepidi dalle grosse tubature lungo le pareti, tubature in cui scorrono acqua calda e vapori credo.
Attorno a me diversi volti curiosi. C'è Pfuiteufel il Nano, sorridente e senza senso con il suo borbottare, che vaga senza meta come una scimmia sacra dell'India, tracciando di tanto in tanto segni nell'aria con aria meditabonda; c'è Mikko detto Koira, cioè Cane, un ometto dall'aria sempre serissima con due spessi occhiali da vista, uno che mi vedrei molto meglio a lavorare in banca che a vivere per strada o nei sotterranei; c'è una variegata umanità. Non sembrano semplici vagabondi, lo si capisce dai dettagli: ripiegano le coperte dopo la notte (hanno coperte da ripiegare, soprattutto), non ho visto traccia di stereotipate bottiglie di scotch o vodka. Anche l'odore non è male, anzi: è l'ambiente a sapere di chiuso e vecchio, non gli abitanti. Chiaramente non hanno docce o vasche da bagno, mi chiedo come possano mantenere un'igiene simile. Io devo puzzare come un cane, ed è paradossale vergognarsi della propria igiene di fronte a un gruppo di barboni...

Nessuna buona notizia riguardo Diego. Sembra sempre più spento, è quasi catatonico. Mangia quando gli danno da mangiare, beve quando gli danno da bere, non parla, ogni tanto si alza per andare al bagno o fare due passi, come un anziano in casa di riposo. L'8 conto sul fatto di sbatterlo sull'aereo in un modo o nell'altro, non ci sono scali e arriverà direttamente in Spagna. Mi chiedo come farà. Fatto da non sottovalutare: anche la sua prenotazione potrebbe essere stata annullata. Ne ho parlato con il professore, con il disagio tipico di chi parla di prenotazioni online a uno scienziato nucleare vecchio di un secolo che abita nei sotterranei di una capitale europea, dice che è improbabile che qualcuno si scomodi dopo averlo ridotto in quello stato: sanno che probabilmente non andrà lontano. Dice di avere una soluzione, non ha voluto ancora dirmi nulla: il patto è che prima io ascolto e annoto tutto fino alla fine e poi loro ci aiuteranno ad andarcene da qui. Mi chiedo cosa abbia in mente, ma non posso fare altro che stare ai patti.

lunedì 15 settembre 2008

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28 gennaio '07

Già dalle mie letture iniziali sulla questione degli avatar era emersa una questione piuttosto rilevante, che forse è il caso di riaffermare per capire il resto della storia: i tre avatar (o forse potrei dire le tre Forze?) agiscono in modo da equilibrarsi tra loro. Questo è il motivo del loro essere di volta in volta tre persone distinte, benché come è stato detto non sia rara l'azione sinergica tra avatar, per lo meno a livello di influenza (in altri termini: è difficile che gli avatar di Comando e Creazione si incontrino per farsi una partita a biliardo, ma è plausibile che i loro agenti lavorino al medesimo fine). E' improbabile che due avatar contemporaneamente siano "malvagi" (termine improprio), dunque molto difficilmente la sinergia tra avatar avverrà a scopi distruttivi o comunque a danno del mondo. Come agiscono gli avatar? Dipende da molte cose: dipende dall'epoca storica, dipende dall'avatar, dipende dalla forza che l'avatar incarna...
E' costante un fatto però: ciascun avatar ha poteri divini (o meglio "poteri divini/3") ed è in grado di dotare degli esseri umani di abilità eccezionali.

Secondo Morgenstern è possibile inquadrare queste fantomatiche capacità in tre vaghe "classi": ci sono le facoltà più o meno taumaturgiche degli agenti della Pietà (i vari Santi e guaritori miracolosi), ci sono le abilità immaginifiche garantite dalla Creazione (il che potrebbe sembrare poco, ma ha avuto e ha conseguenze tutt'altro che banali), ci sono i poteri del Comando, che Morgenstern definisce "mentalismo rivolto verso l'esterno". Alla richiesta di delucidazioni risponde che c'è chi considera la facoltà di stimolare la mente della Creazione come una sorta di fenomenale training autogeno: le capacità umane sono strabilianti, e la Creazione non fa che risvegliarle tramite l'opportunità conferita ai suoi agenti di agire con la propria mente sulla mente stessa. Da qui nasce lo stimolo che porta a creare. Gli agenti del Comando non attivano questa "retroazione dei processi mentali" (così la definisce il professore), bensì agiscono sulla mente degli altri. Ordinano, in parole povere, non agiscono. Questo a mio avviso è un'eccezione al libero arbitrio, probabilmente la cosa andrebbe discussa meglio.
In ogni caso, rimane il fatto che ciascun avatar è in grado di dotare i suoi seguaci di capacità miracolose.

Considerando la situazione finora raccontata dal punto di vista degli adoratori della Creazione: abbiamo degli esseri umani radunati dagli agenti di un avatar divino, agenti dotati della capacità di influenzare i propri processi mentali per ottenere "il genio" (altro termine improprio). Scendendo nel dettaglio, alcuni di questi individui paranormali si sono dedicati all'esoterismo, dando vita a diverse pratiche per garantire facoltà a loro volta eccezionali ad altri esseri umani: si sono sostanzialmente moltiplicati (pur nei limiti della clandestinità, chiaramente) i "super-uomini", o meglio gli uomini dotati di abilità super-umane. Pur ottenendo un potere superiore a quello di molti uomini, i membri di queste sette non hanno mai potuto prendere il sopravvento, e questo a causa della presenza di due altre forze divine a equilibrare il tutto: se una setta di Creazionisti (termine MOLTO improprio) si fosse mossa per prendere il sopravvento, qualcuno o qualcosa l'avrebbe limitata e sconfitta. Occorreva maggior potere per riuscire a dominare l'Umanità.
Passo logico successivo: migliorare sé stessi per riuscire a spezzare l'equilibrio.
In parole povere, nei primi decenni del 1900 una setta di Devianti decise di replicare i poteri di Pietà e Comando, utilizzando una nuova, straordinaria risorsa che affiancata all'esoterismo avrebbe potuto garantire enormi balzi evolutivi: l'energia atomica.

Fin da subito gli studi sulla radioattività furono tenuti in gran considerazione da diversi studiosi della Creazione con attitudini disparate: alcuni osservarono commossi l'Umanità sfondare l'ennesima barriera del progresso, altri furono mossi da interessi più deliranti. In particolare, nella Germania scossa dalla Grande Guerra degli anni '20, riuscì a insinuarsi un curioso movimento esoterico, una fratellanza senza nome e dai modi subdoli e seducenti: non è un mistero per molti che Adolf Hitler fosse piuttosto affascinato dai miti nordici e dal paranormale. Quello che pochi sanno è che l'interesse in questione gli fu suggerito da personaggi ben poco appariscenti, personaggi che giunsero a convincerlo a finanziare una spedizione in Tibet, una spedizione senza successo alla ricerca della mitica civiltà di Agharti (secondo il professor Morgenstern, è una fortuna che non abbiano avuto successo, ma non si dilunga sul perché). Gli stessi personaggi riuscirono a progettare qualcosa di più vicino alla sede del Terzo Reich, qualcosa di molto pericoloso: quando venne dato il via all'Operazione Bifrost, diversi scienziati di tutto il mondo sparirono con discrezione, e si trovarono catapultati al limitare della Notte Artica. Paolo Morgenstern era tra loro, con un numero tatuato sul braccio sinistro e un Marchio della Creazione sul destro.

domenica 7 settembre 2008

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28 gennaio '07

L'avatar della Creazione è stato (e sarà) nei millenni molte cose diverse: genio, artista, scienziato, folle, clown, vetraio, poeta... Questo perché la Creazione non vuole mai ripetersi, vuole sempre rinnovarsi e mutare. Non stupirà che dei tre si tratti dell'avatar che ha dato vita a più diramazioni dei propri culti e delle proprie sette: tra le varie, la Creazione ha dato molto banalmente vita alla Magia. Moltissimi tra noi venerano la Creazione, spesso senza saperlo: quanti fanno più affidamento al proprio pace-maker che non al Dio che ha disposto di fargliene ottenere uno al momento debito? Ci sono poi, meno filosoficamente e più pragmaticamente, quelli che la Creazione la adorano sul serio, quelli per cui è una vera e propria religione. Non è un culto (o meglio un meta-culto: è trasversale alle religioni ufficiali tanto quanto il culto della Pietà è trasversale, per dire, al Cristianesimo) di cui si parli molto, e tuttavia ha una sorprendente diffusione. Il motivo è fondamentalmente la valenza didattica e divulgativa che spesso i grandi della Creazione hanno dato alle loro gesta: non si tratta di un credo "populista" (e dunque non troppo invitante per chi ha una mente acuta) come quello imputabile alla Pietà, né si compone di movimenti elitari e troppo chiusi (si direbbe quasi "sconosciuti") come quelli che vengono coinvolti nei giochi del Comando, dunque si parla di correnti di grande diffusione. Esistono fondamentalmente quattro grandi rami di adoratori/praticanti/eletti della Creazione: gli Scientisti, gli Alchimisti, gli Esteti e infine i Devianti.

Tra gli Scientisti, di cui Morgenstern stesso si dichiara membro, si annoverano precursori ed esponenti di spicco di varie branche tecnico-scientifiche: generalmente ogni grande singolarità della scienza è dovuta a un avatar della Creazione particolarmente votato alla razionalità. Sono forse, attualmente, la branca più ortodossa, nel senso che l'attitudine tecnico-scientifica è la manifestazione del nostro tempo: possono essere visti come una novità, oppure come la naturale evoluzione di culti antecedenti. Ad essi si possono imputare grandissimi benefici per l'Umanità così come terribili abbagli.

Gli Alchimisti sono una razza in via d'estinzione: romantici, sognatori, folli, hanno spesso giocato con forze troppo grandi, finendone infine soggiogati. Altro elemento che ha segnato in passato il declino degli alchimisti è stato l'Illuminismo, che ha premiato la Ragione in favore dei Sogni. Un altro modo per dire che gli Scientisti sono riusciti a prevalere sugli Alchimisti, insomma. Non si sono tuttavia mai estinti, e ultimamente godono di una certa ripresa.

Gli Esteti sono il ramo “innocuo”: si tratta di persone toccate da quegli avatar della Creazione particolarmente sensibili all'arte, alla bellezza, disinteressati alla supremazia. Si dice che l'ultimo eletto Esteta ad essere utile sia stato in verità il primo, poiché dei creazionisti è stato l'unico ad accendere una fiamma inestinguibile, chissà quante migliaia di anni fa, chissà in quale angolo del mondo: l'arte sta al di sopra dei conflitti, e si auto-alimenta sopravvivendo alle generazioni. Ciononostante, qualche genio rivoluzionario dell'arte è stato effettivamente un eletto: evidentemente, era tempo di dare una scossa al Mondo.

Sono definiti Devianti, infine, i rari eletti della Creazione votati alla distorsione della realtà, più che allo sviluppo o alla modellazione della stessa. Ramo trasversale agli altri, quello dei Devianti ha spesso assunto connotazioni negative nelle opere dei suoi adepti: ecco quindi ad esempio i cosiddetti Scientisti Amorali, responsabili di esperimenti genetici dai fini più disparati.


(Nota: interrogato da me su come faccia a sapere tante cose riguardo queste strutture sociali, il professor Paolo Morgenstern mi concede un ampio sorriso e una risata tossicchiata. Parla di una sua vasta biblioteca personale riguardo temi simili. Non si trova qui a Helsinki, né -dice lui- "in un qualsiasi altro luogo facilmente raggiungibile". Che anche lui abbia il suo "mondo" personale? Ho trovato naturale fare inoltre una domanda a mio avviso di portata enorme: "Chi è attualmente l'Avatar della Creazione?". Morgenstern ha preferito non sbilanciarsi, ma dice di essere a conoscenza di alcune teorie, la più accreditata delle quali dimostrerebbe a suo dire "il perché il Mondo stia impazzendo definitivamente": l'avatar della Creazione secondo molti è completamente folle, o forse addormentato. Certi dicono in coma.)

Dicevamo delle varie sette legate al culto della Creazione, e con questo è sufficientemente definito il background della nostra storia. Manca però un tassello fondamentale, ossia un'indicazione di dove e quando ci si trovi al momento dei fatti narrati. Si comincia così: 4 aprile 1935 - con tre anni di anticipo rispetto a Ettore Majorana, Paolo Morgenstern scomparve. Stava viaggiando sull'Orient Express, come spesso gli era capitato di fare, quando ad una fermata sui Balcani un uomo dall'accento tedesco lo avvicinò per chiedergli l'ora. Un secondo uomo lo urtò in apprenza accidentalmente, un terzo lo aiutò a rialzarsi e gli premette un panno imbevuto di cloroformio sulla bocca e sul naso. Si risvegliò a bordo di un furgone, diretto verso nord.
Morgenstern sorvola sui primi tempi della sua cattività, forse per scarsa importanza dei dettagli o forse per non rivangare troppo il passato: se io, che ho poco più di vent'anni, la sera a volte fatico a dormire per via dei ricordi, quanto dev'essere scomodo il cuscino per lui che di anni ne ha un centinaio?

 

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